Il Centro Studi Assenza è associazione scientifico-culturale no-profit attiva in diversi ambiti: psicoterapia e psichiatria, filosofia, teatro, arte, architettura, musica e letteratura. Si occupa del rapporto arte-scienza e della cura nelle diverse declinazioni che riguardano il territorio (Installazioni artistico-scientifico-architettoniche), la comunità (teatro), l’individuo (psicoterapia), secondo le caratteristiche specifiche di un modello denominato Asistema in-Assenza.

Un luogo fatto di nulla

…ora abitiamo ed è visibile un luogo che è privo della connotazione di luogo, uno spazio che s’è fatto antispazio, avendo raggiunto quella complessità – simultaneità di più “pensare”, di più stratificazioni nel medesimo istante, che già da subito è sottratto – che può in qualche modo presentare la sua assenza, il suo volto fatto di nulla e di vuoto, pur manifestando, all’apparenza – quel che si vede agli occhi consueti – una grandissima ricchezza, un infinito compiersi di forme, di colori, di idee, di sbalzi, di vie – sentieri e piazze –, di tempi reali e virtuali, di luoghi fatti e disfatti.

Così Paolo Ferrari, direttore e principale artefice del Centro Studi Assenza, descrive la sede di Via Stromboli 18 a Milano, progettata dagli architetti Alessandro Ferrari e Alfredo Fantini nei primi anni Ottanta per accogliere l’attività di ricerca multidisciplinare sviluppatasi intorno ad alcune proprietà dei processi astratti e affettivi dell’attività pensante, costitutive di quello che in seguito verrà denominato A-sistema Assenza.

Abitato dagli studiosi interessati alla ricerca intorno al nuovo paradigma di realtà che dall’a-sistema ha origine (psicoterapeuti, medici, linguisti, architetti, artisti, musicisti), il Centro si configura come luogo di studio e di lavoro aperto alle sperimentazioni che in diversi ambiti delle scienze umane e delle discipline artistiche danno espressione alla ricerca, apparendo al contempo come un ambiente predisposto alle attività che concernono i più fini livelli atti al pensare: fin dalla scelta del sito – un parallelepipedo chiuso su tutti i lati e aperto verso l’alto tramite ampli lucernari, modellabile al suo interno e adatto a ulteriori fessurazioni – il progetto artistico-architettonico è stato improntato a una spazialità idonea allo sviluppo di nuovi gesti del pensare maggiormente complessi e ad alta capacità relazionale.

Un luogo asimmetrico, dove lo spazio – pur accogliente e ricco di elementi artistici – propone al visitatore continue sfasature, a cominciare dalla profonda fenditura nell’involucro murario in cui si apre il lucernario centrale, che illumina il tavolo dove si riunisce l’équipe di ricerca, dividendo il Centro in due diverse metà – come emisferi di un grande cervello.

Se la tipologia del Centro è quella di un moderno contenitore polifunzionale in cui trovano spazio, fra le attività inerenti alla ricerca (scienza, teatro, musica, arte, architettura, psicoterapia, filosofia), anche tre studi privati di psicoterapia, un ambulatorio di medicina di base, uno studio di architettura e la redazione di una casa editrice, la disposizione degli ambienti reca l’impronta di un avveniristico monastero laico, dove uno spazio centrale aperto di passaggio, con stazioni di lettura e una luminosa zona riunioni, fa da contrappunto a una sequenza di piccoli studi per la ricerca individuale richiamando l’essenzialità di celle monastiche associata all’ampiezza e al silenzio di un chiostro.

Questa contaminazione di destinazioni funzionali e simboliche è accentuata dalla presenza delle opere d’arte di P. Ferrari (Polfer), accanto a opere d’arte antica e a strumenti musicali provenienti da altri contesti geografici e culturali – una complessità di forme e di colori tale da dare vita a un’opera d’arte totale esplorabile secondo trame di lettura variamente intrecciate. Le installazioni collocate nei diversi spazi del Centro costituiscono, nel loro insieme, un work in progress, che ha visto trasformarsi il luogo in relazione alle varie fasi della produzione di Ferrari, alle tecniche utilizzate, agli stadi della ricerca a cui è legata ogni realizzazione. Ciascuna opera d’arte, così come ogni nuova installazione, disegna e scandisce lo spazio in cui è inserita modificando il tòpos architettonico, reso via via più complesso dai linguaggi artistici che lo attraversano.

Lo spazio architettonico è articolato su due piani principali e due intermedi di collegamento: mentre gli studi privati sono costituiti da piccoli vani quadrati che si affacciano sui corridoi dei due livelli principali, gli spazi per le attività collettive si sviluppano a doppia altezza su entrambi i piani, assumendo la funzione e la forma di un teatro, di una biblioteca, di una sala riunioni aperta nel cuore del Centro, e di una passeggiata che lo attraversa. Essendo costruito parzialmente al di sotto del livello stradale, vi si accede scendendo una breve scalinata che conduce, fin dall’ingresso, a un susseguirsi di piani prospettici a varie profondità e a diverse altezze, come quinte sceniche realizzate per più rappresentazioni simultanee: si entra da una porta affiancata da due tagli trasparenti, attraverso cui, di sbieco, s’intravedono i quadri posti nell’atrio prima della salita alla lunga scala che porterà nel mezzo del Centro; da qui altri lievi dislivelli, aree soppalcate, stretti corridoi, e improvvisamente ambienti aperti in tutte le direzioni, disegnano un percorso scandito dagli scorci che si aprono come su ampi paesaggi sugli spazi interni del Centro.

Il mondo esterno, invisibile da qui, entra in relazione con lo spaziotempo interno attraverso i lucernari dai quali si intuisce in lontananza il rumore della città, o irrompe all’improvviso un canto di uccelli. Il ritmo dello spazio viene così quasi impercettibilmente incrinato dai suoni che lo attraversano, che ne aprono la razionalità con la casualità che gli è propria, e che nello spazio a loro volta vengono inclusi. L’alternarsi degli ambienti pubblici e privati è variato dall’immissione, alle estremità della passeggiata, di due giardini: grandi cavedi dalle pareti vetrate che respirano dell’aria proveniente dai lucernari aperti sull’esterno. Punti di sospensione fra le attività che abitano il Centro, i cavedi rappresentano una soglia davanti a cui sostare, osservando le installazioni artistiche che nello spazio aereo del giardino mettono in relazione opere di culture diverse e di epoche differenti “raddoppiate” dal segno pittorico di Paolo Ferrari.

L’architettura sembra assecondare il gesto artistico adattandosi alle diverse installazioni, di volta in volta lasciando emergere uno spazio pronto ad accogliere i materiali più diversi – da tele ai plotter paintings alle fotografie, da statue ai teleri-da-terra alle sculture contemporanee – e la struttura di travi in ferro lasciate a vista si staglia sullo sfondo delle opere come disegnandovi una cornice. Ma non solo per le arti figurative sembra che il Centro si presti a dare il giusto spazio; anche la musica, il teatro, la danza trovano un luogo disposto ad accoglierle grazie alle ottime proprietà acustiche e alle possibilità di allestimento molteplici: stratificando con elementi nuovi la composizione generale. L’articolazione degli ambienti contiene e al tempo stesso amplifica il modo cangiante con cui è concepita l’intera composizione artistico-architettonica, nel dare forma a un abitare uno spazio che in ciascun punto è in relazione con gli altri e con il contesto tramite collegamenti – orizzontali e verticali – che rendono raggiungibile ogni luogo da percorsi sempre differenti, potendo continuamente scegliere se attraversare la biblioteca o il teatro o la sala centrale come in un gioco in cui si scopra a ogni passo una nuova sorpresa, non ponendosi mai la ripetitività o la costrizione di dover tornare indietro.

Ma è quando si percorre la scala sospesa nel vuoto, che si può osservare e sperimentare in pochi passi la complessità delle relazioni che permeano il Centro. Collocata nel mezzo della grande sala al piano terreno, a collegare il livello intermedio con il secondo livello quasi librandosi sullo spazio centrale, la scala sul vuoto conduce verso la passerella, aperta su due lati, che collega a sua volta le due ali del corridoio lungo il quale si distribuiscono gli studi individuali.

Salendo dolcemente dagli spazi aperti dei momenti pubblici agli ambienti più raccolti degli studi, si compie in questo passaggio rarefatto un attraversamento di piani a diversa intensità, come un trasferirsi da uno stato all’altro della materia di cui è formato lo spazio, tenendosi (o lasciandosi) per un attimo sospesi sul nulla.

La scala sul vuoto è luogo generatore, punto focale e catalizzatore dei linguaggi artistici, delle proprietà spaziali e anche dei significati simbolici qui concentrati in una sintesi che ne amplifica la percezione: da qui si può cogliere simultaneamente la relazione fra tutti i livelli e le ali laterali del Centro; l’apertura sull’esterno attraverso il lucernario centrale, un semicilindro situato in corrispondenza della scala e sopra il tavolo dove si riunisce l’équipe; la flessibilità della struttura che raccoglie con lievi oscillazioni il moto dei passi; ma soprattutto il vuoto, sotto i piedi e tutto intorno, a indicare che il terreno su cui si è soliti poggiare è già stato abbandonato, per affacciarsi sulla soglia di un nuovo pensare.

 

Allora il fruitore – chi lo visiterà – … proverà il farsi di quel livello ch’è zero, avvertirà l’alito d’un nulla passargli sotto la pianta dei piedi, lo sentirà entrare e crescere, e forte afferrarsi alle sue pendici e stringerlo, e poi salire, attraversargli le gambe, il sesso, il torace, occupargli il capo e, infine, uscire facendogli comprendere con sollievo e, persino, con gioia che le cose – tutte le cose – sono nulla, vuote, capaci e libere d’essere così come di non essere, ferme e cangianti, allo stesso istante. (P. Ferrari)

 

Testo di Nausica Pezzoni , in S. Marsicano (a cura di), Psiche, arte e territori di cura, Franco Angeli, Milano, 2010

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